
Rosio nei secoli. Il nome di questo insediamento ha conosciuto diverse forme durante i secoli: nel 1242 era Redolso; nel 1285 Redosso; nel tempo perde la "d" fino alla forma Reosso nel 1375; ci avviciniamo alla forma attuale con il Reosio attestato nel 1447.
Nel documento del 1375 già si accenna anzi alla "Cascina di Reosso", confermando quindi l'esistenza di un già vasto agglomerato rurale. Anche un'altra pergamena di quattro anni dopo ricorda quelle cascine, poste nel territorio di Cisliano e coerenti con beni del Comune di Albai-rate, che pure possedeva una parte di Redosso: già a quell'epoca quindi la località, riuslta frazionata fra i due comuni confinanti; inoltre un atto del 1497 conferma che una parte di Rosio era dipendente anche da Vermezzo; oggi alcune terre appartengono anche al territorio di Gaggiano.
L'origine del toponimo è incerta. L'Olivieri lo ritiene forse affine a Redone, che é o accrescitivo di "redo", nel significato di rivo, o pari a rivone, da rivus, rivo. In effetti nelle forme più antiche del nostro toponimo, compare la radice "redo", che potrebbe indicare un corso d'acqua, di cui questa zona é ricca: Rosio é attraversato dall'antichissima Mischia.
I proprietari del borgo furono diversi. Dai documenti appena ricordati, nel Duecento l'inse-diamento risulta appartenere alla chiesa di S. Giorgio al Palazzo, alla famiglia Pietrasanta, al monastero di S. Vittore e al comune di Albairate.
Nel Quattrocento ha qualche proprietà anche la parrocchia di S. Giorgio, mentre nel Cinquecento la possessione é dei nobili Negroli di Milano. Fu probabilmente questa famiglia che edificò il palazzo poi detto Albani, quale residenza di caccia con annesso oratorio privato, che passò ai Fagnani, ai Facchinetti e poi ai Casati. Una discendente di quest'ultima famiglia, Teresa Gaetana, nel 1783 sposò il principe Don Carlo Albani, che risiedette spesso nel palaz-zotto, poi pervenuto per successione ai Litta, ai Castelbarco, e per acquisto ai Mussi nell'Ottocento.
Rina Mussi sposò l'avv. Francesco Cazzimini, che vendette Rosio al suo fittabile Arrigoni e questi a sua volta ai Castoldi, attuali proprietari.
Non sono molti i documenti superstiti del Cinquecento che riguardano questa piccola comunità. Nel 1518 Domenico Negroli chiede di separare Albairate la sua Cascina di Rosio, per quanto concerne la tassa del sale e altri oneri gravanti sul massaro ed i suoi fittabili; sentiti il console e gli uomini di Albairate, tale separazione viene accordata.
Un'altra manifestazione di autonomia da Albairate fu, nel 1652, l'offerta di redenzione dagli oneri feudali: quando il Conturbio volle acquistare il feudo di Albairate, anche Pietro Giovanni Facchinetto, proprietario di Rosio, presentò un memoriale in cui, premesso "che il luogo di Rosio consiste in due cassine contigue, l'una sotto Cisliano e l'altra sotto Albairate, acciò non restasse sotto due giurisdizioni", offrì di redimere i focolai della cascina; la proposta fu accolta quando Albairate si riscattò.
Dalla seconda metà del Seicento sono alcuni atti che descrivono l'insediamento, ancora oggi pressoché immutato: "una casa da nobile quale si chiama il palazzo", le case dei pigionanti, il forno, il mulino, i rustici e decine di appezzamenti sui territori di Albairate e Cisliano per oltre duemila pertiche.
La famiglia Castoldi ha recentemente restaurato gli avanzi di una costruzione databile al Tre-Quattrocento, che richiama nella struttura una residenza rurale con accentuati caratteri difensivi. Anche il palazzo Albani non ha ancora gli elementi tipici della villa campagnola e pur essendo privo di apparati bellici, rivela una predisposizione difensiva. Caratteristica questa delle residenze rurali cinquecentesche che se tendono ad arricchirsi all'interno, all'esterno si irrigidiscono "in una forma geometrica assai compatta, prossima al cubo, dalle pareti spesso intonacate, con poche e non grandi aperture; e pure spesso forate, su una parete, che perciò diventa principale: mediante un portichetto al pianterreno".